Diario dalla quarantena. 21 aprile 2020

Quinto Cakra

La voce

La mia amica Katrien è una maestra di canto terapeutico. La prima volta che mi ha costretta a cantare avevo la voce a terra. Il peggior mal di gola che mi potessi ricordare. Da buona belga, Katrien insistette così tanto da portarmi a fare ciò che voleva lei. Non avevo alcuna intenzione di cantare, figurarsi di mettermi a discutere.

Ci siamo avvicinate al pianoforte, e – come se non avessimo passato l’intera giornata insieme – Katrien si girò verso di me e mi chiese “come stai?”. La mia voce usci roca e ancora più flebile per la frustrazione: che domanda assurda. Ero malaticcia e le uniche mie esperienze con il canto avevano richiesto uno sforzo tecnico considerevole: quando ero molto giovane avevo iniziato a studiare canto operistico. Soprano leggero: miei tutti i ruoli striduli di contadinelle, servette coquette e un po’ scaltre, arriviste e capricciosette. Strepitose. Le note alte, stridule e nasali mi si addicono, risuono facilmente nella forca delle mie narici. Ovviamente, per complicare le cose ulteriormente Katrien mi chiese di darle una nota bassissima. Che frustrazione! Uscì un muggito informe.

Parlottammo, io riottosa ascoltavo senza alcuna speranza.

Salimmo di tono. Ancora flebile la mia voce. Fino a che un guizzo illuminò gli occhi della mia maestra. Mi guarda e mi dice: immagina di voler chiamare qualcuno dall’altra parte della strada con un UH-UH.

«Uh-uh!»

«Così non ti sente»

«Ho il mal di gola»

«Ma tu chiamalo col cuore»

«Ma Katr…»

«Vai»

«UUH-UUH»

«Immaginalo. È almeno a tre metri»

«UUH-UUH»

E incalzava ogni Uh-uh, un consiglio, una direzione. La voce sotto gli sproni di Katrien si modellava. A un certo punto risuonai possente. Avrei potuto salutare qualcuno dall’altra parte del quartiere. Ma le non era soddisfatta. Ancora: meno costruito. Più gentile. Più amorevole. Manda l’aria qui. Immagina di essere un uccellino. Aiutati con la tua mano.

Piano piano la mia raucedine era scomparsa. La raffica di compiti non mi permetteva più di pensare alla condizione nella quale sapevo essere il mio corpo. Uh-uh. E subito chiedeva qualcosa in più. La mia voce diventava materia. La sua voce diventavano le mani di un vasaio. A un certo punto, io attonita a sentire un suono sconosciuto, ho sentito il mio corpo vibrare attraverso la mia voce: UUUUUH-UUUUUH!

«Ma come hai fatto?»

«Io non ho fatto niente. Eri tu a suonare»

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